La Posa della Prima Pietra del Teatro Massimo di Palermo (12 gennaio 1875)

Contesto storico e decisione di costruire il teatro

Nel XIX secolo Palermo, seconda città del sud Italia dopo Napoli, sentiva il bisogno di un grande teatro lirico moderno, all’altezza del suo prestigio e della nuova identità nazionale post-unitaria. Già prima dell’Unità d’Italia si discuteva di costruire un nuovo teatro: nel 1859 era stata individuata Piazza Marina come sede, da intitolare al re borbonico Ferdinando II. Dopo l’annessione al Regno d’Italia (1860), però, il progetto venne rivisto: il consiglio comunale scelse un’area presso Porta Maqueda, nel cuore della città, ed espropriò i terreni dove sorgevano alcune chiese e conventi (le StimmateSan Giuliano e Sant’Agata), demolendoli per far posto al nuovo teatro. Questa trasformazione “dal sacro al profano” alimentò polemiche: la tradizione popolare narrò persino del fantasma di una suora – la monachella – il cui sepolcro sarebbe stato profanato durante i lavori, e che ancora si aggirerebbe inquieta nel teatro.

La decisione di costruire il Teatro Massimo fu sostenuta dalle élite cittadine come simbolo di rinascita culturale e di prestigio internazionale. Il sindaco Antonio Starrabba di Rudinì (marchese di Rudinì) fu il promotore principale: il 10 settembre 1864 bandì un concorso internazionale per il progetto di un nuovo grande teatro “in rapporto alla cresciuta civiltà e ai bisogni della popolazione”. Si voleva un teatro che rivaleggiasse con i maggiori d’Europa, espressione dell’orgoglio civico palermitano. Importanti imprenditori e mecenati locali appoggiarono l’iniziativa: ad esempio la famiglia Florio, facoltosi armatori, contribuì con generose donazioni e in seguito gestì il teatro per alcuni anni, incarnando quel clima fervido della Belle Époque palermitana. In questo contesto di fermento culturale e apertura internazionale, nacque l’ambizioso progetto del Teatro Massimo Vittorio Emanuele.

Il Teatro Massimo di Palermo in una fotografia storica (primi del ’900 circa). Il maestoso edificio in stile neoclassico domina Piazza Verdi ed è tuttora il teatro lirico più grande d’Italia.

Il concorso internazionale e i protagonisti del progetto

Il concorso del 1864 fu aperto ad architetti italiani e stranieri, e vi parteciparono 35 progettisti (23 italiani e 12 stranieri). Per garantire imparzialità, la giuria fu composta anche da personalità estere, tra cui il celebre architetto Gottfried Semper di Dresda. Il livello delle proposte era altissimo e la selezione richiese tempo: solo il 4 settembre 1868, ben quattro anni dopo il bando, la commissione assegnò il primo premio al progetto n.18, opera dell’architetto palermitano Giovan Battista Filippo Basile. Al quarto posto si classificò un altro architetto locale, Giuseppe Damiani Almeyda, autore poi del Politeama Garibaldi. La scelta scatenò ricorsi e polemiche, in particolare da parte del Damiani Almeyda, e vicende politiche che ritardarono l’avvio del cantiere.

Di seguito, alcuni dei protagonisti chiave legati al progetto del Teatro Massimo:

  • Giovan Battista Filippo Basile – Architetto palermitano (1825-1891), vincitore del concorso del 1864. Figura di spicco dell’architettura ottocentesca, partecipò ai moti rivoluzionari del 1848 e all’impresa garibaldina del 1860. A lui si deve il progetto originale del Teatro Massimo, di cui diresse i lavori fino alla morte nel 1891.
  • Ernesto Basile – Architetto (1857-1932), figlio di Giovan Battista. Alla morte del padre ne ereditò l’incarico e portò a termine la costruzione in sei anni, seguendo fedelmente il progetto paterno. Divenne in seguito un esponente di primo piano dello stile Liberty in Italia.
  • Antonio Starrabba di Rudinì – Sindaco di Palermo e marchese, promotore politico del teatro. Fu lui a bandire il concorso internazionale nel 1864, gettando le basi istituzionali del progetto. In seguito divenne anche Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia.
  • Emanuele Notarbartolo di San Giovanni – Sindaco di Palermo nel 1875, presiedette la cerimonia della posa della prima pietra. Banchiere e amministratore illuminato, fu in carica durante l’avvio effettivo dei lavori. (Tragicamente, Notarbartolo verrà assassinato dalla mafia nel 1893, ma questa è un’altra storia.)
  • Nicolò Turrisi Colonna – Barone, politico e intellettuale palermitano. Fu scelto per pronunciare il discorso inaugurale durante la cerimonia del 12 gennaio 1875. Grande sostenitore della cultura, il suo coinvolgimento simboleggiò l’appoggio dell’aristocrazia illuminata al progetto.
  • Ignazio Florio – Esponente della potente famiglia Florio, industriali e mecenati dell’epoca. Nel 1891 rilanciò il completamento del Teatro Massimo in vista dell’Esposizione Nazionale, considerandolo un biglietto da visita di una Sicilia all’avanguardia. I Florio finanziarono in parte l’opera e contribuirono a gestirla nei primi anni di attività, promuovendo stagioni liriche di prestigio.

La cerimonia della posa della prima pietra (12 gennaio 1875)

La prima pietra del Teatro Massimo fu posata il 12 gennaio 1875 con una solenne cerimonia pubblica, a circa dieci anni di distanza dall’idea iniziale. La data scelta non fu casuale: coincideva con l’anniversario della rivoluzione siciliana del 12 gennaio 1848, richiamando simbolicamente lo spirito di rinascita e autonomia della città. Alla cerimonia parteciparono tutte le massime autorità civili cittadine, guidate dal sindaco Notarbartolo. Il momento culminante fu il discorso ufficiale pronunciato dal barone Nicolò Turrisi Colonna, che celebrò l’evento enfatizzandone il valore storico e culturale.

Durante la posa, come era usanza all’epoca, furono deposti cimeli commemorativi: una medaglia celebrativa coniata per l’occasione e una lapide ricordo vennero murate assieme alla prima pietra, a perenne memoria di quel giorno storico. L’intera Piazza Giuseppe Verdi (già Piazza Filarmonica, antistante il cantiere) era addobbata a festa e gremita di gente accorsa per assistere all’inizio simbolico dei lavori. La scelta di costruire il più imponente teatro d’Italia proprio su quel sito – un tempo luogo di culto e ora destinato alle arti sceniche – segnava l’inizio di una nuova era culturale per Palermo, tra entusiasmi popolari e residue critiche dei settori più conservatori.

Costruzione: fasi travagliate, ritardi e inaugurazione

L’avvio dei lavori dopo il 1875 fu più lento del previsto. Il cantiere procedette a rilento e subì diverse interruzioni a causa di dispute burocratiche, finanziarie e politiche. Già nel 1878 i lavori dovettero essere sospesi per mancanza di fondi e altre difficoltà, lasciando l’opera incompiuta. Per anni lo scheletro del Teatro Massimo rimase fermo, suscitando polemiche in città. Solo nel 1890 il cantiere riprese vigore, grazie anche all’intervento di nuovi finanziamenti e alla prospettiva dell’Esposizione Nazionale del 1891 che Palermo avrebbe ospitato. L’obiettivo era completare il teatro in tempo per quell’evento, come fortemente voluto da Ignazio Florio, ma la realtà si rivelò più complessa.

Il Teatro Massimo in costruzione negli anni 1890 circa. I lavori ripresero dopo una lunga pausa, ma il grande edificio richiese oltre due decenni per essere ultimato.

Nonostante la ripartenza, nuovi ostacoli sorsero durante la fase finale. Nel giugno 1891 morì improvvisamente l’architetto Giovan Battista Basile, colpendo il progetto al vertice proprio mentre si tentava un’accelerazione definitiva. Per evitare ulteriori ritardi, il Comune affidò immediatamente la direzione al figlio Ernesto Basile, anch’egli architetto. Ernesto accettò l’incarico e in sei anni di intenso lavoro riuscì a completare l’opera del padre, portando finalmente a termine la costruzione del Teatro Massimo.

L’inaugurazione avvenne il 16 maggio 1897, ben 22 anni dopo la posa della prima pietra. Quella sera il sipario del nuovo teatro si alzò per la prima volta sull’opera Falstaff di Giuseppe Verdi, diretta dal maestro Leopoldo Mugnone. Tutta la Palermo bene, dai nobili agli artisti e borghesi, gremiva la sala sfarzosamente illuminata, orgogliosa e incredula di fronte al compimento di un sogno tanto a lungo atteso. Con i suoi 7.730 metri quadrati di superficie, il Teatro Massimo risultava allora il più grande d’Italia e il terzo in Europa (dopo l’Opéra di Parigi e la Staatsoper di Vienna). L’evento fu accolto da entusiasmo popolare, ma anche da qualche voce critica: la monumentale grandezza del teatro apparve ad alcuni eccessiva. Emblematico fu il commento di re Umberto I che – pur presente solo idealmente – venne riportato dalle cronache con una punta di ironia: “Palermo aveva forse bisogno di un teatro così grande?”. Ormai però il “tempio” della musica palermitana era realtà, destinato a diventare il simbolo stesso della città.

Curiosità e aneddoti legati alla prima pietra

  • La “monachella” e il gradino maledetto: La leggenda del fantasma della suora del demolito monastero di San Giuliano divenne parte del folklore del Teatro Massimo. Ancora oggi si racconta che il suo spirito inquieto infesti i sotterranei e che chiunque dubiti della sua esistenza finisca per inciampare su uno dei gradini d’ingresso, chiamato appunto “il gradino della suora”. Questo aneddoto, mezzo scherzoso e mezzo serio, ricorda le polemiche dei religiosi contrari all’edificazione del teatro su terreno sacro.
  • La medaglia e la capsula del tempo: La posa della prima pietra fu accompagnata dalla deposizione di una medaglia d’oro commemorativa e di una pergamena (o lapide) all’interno della base della struttura. Questi oggetti, murati sotto la pietra angolare, costituiscono una sorta di capsula del tempo ottocentesca, voluta per consegnare ai posteri la memoria dell’evento inaugurale del cantiere.
  • Una data simbolica: Scegliere il 12 gennaio 1875 per l’inizio ufficiale dei lavori non fu una mera coincidenza. La data richiamava i moti rivoluzionari del 1848, iniziati proprio il 12 gennaio a Palermo, quando la città insorse contro i Borbone. La prima pietra posata in quel giorno anniversario intendeva quindi suggellare un legame patriottico, celebrando la libertà e il progresso attraverso l’arte.
  • Le parole sul frontone: Sul pronao del Teatro Massimo campeggia tuttora la famosa epigrafe: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.” L’autore della frase è rimasto sconosciuto, ma secondo alcuni avrebbe potuto essere un messaggio “pacificatore” verso i detrattori clericali. Si narra infatti che l’iscrizione – che invita a un fine elevato dell’arte – servisse a “acquietare lo spirito della monachella”, rassicurando che quel luogo di svago avrebbe anche avuto un valore morale.
  • Il “teatro maledetto”: Non tutti accolsero positivamente la costruzione del Massimo. La stampa cattolica dell’epoca lo definì senza mezzi termini “questo teatro maledetto” costruito “sulle rovine delle chiese”, denunciando lo sperpero di denaro pubblico in luogo di aiutare poveri e malati. Tali critiche riflettevano la tensione tra la Palermo laica e modernizzatrice e i settori più conservatori. Alla prova dei fatti, però, il Teatro Massimo divenne ben presto motivo di vanto cittadino, e persino i più scettici dovettero riconoscerne la maestosità e l’importanza culturale.

Fonti: La ricostruzione storica qui presentata è basata su documenti e testi dell’epoca e studi successivi. In particolare, si sono consultate le fonti ufficiali del Teatro Massimo di Palermo, approfondimenti storici come l’articolo “Dal sacro al profano: la leggenda della monaca e la costruzione del Teatro Massimo” di L. Alù, nonché cronache e curiosità riportate da riviste e siti culturali locali. Le citazioni riportate nel testo provengono direttamente da tali fonti d’archivio e pubblicazioni coeve.

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