“Cringe”. “Boomer”. “Grincia”. “Slay”.

Parole che sempre più spesso affiorano nelle conversazioni dei ragazzi, nei corridoi delle scuole, nei messaggi sui social. Per molti adulti suonano come un linguaggio cifrato, a tratti incomprensibile, a volte persino irritante. Eppure questo lessico non è un vezzo passeggero né una moda priva di senso: è una lingua generazionale, uno strumento attraverso cui i giovani raccontano se stessi e il mondo.

Non solo parole, ma identità

Lo slang giovanile di oggi nasce dall’incontro fra italiano e inglese, fra cultura digitale, videogiochi, meme e social network. È un linguaggio rapido, ironico, fortemente simbolico, che serve prima di tutto a riconoscersi come gruppo. Dire “boomer”, ad esempio, non significa semplicemente indicare una persona anziana: vuol dire attribuirle un atteggiamento mentale rigido, distante, incapace di comprendere il presente. L’espressione “ok boomer”, diventata celebre, è una chiusura ironica del dialogo, non sempre gentile ma estremamente efficace. Allo stesso modo, definire qualcosa “cringe” equivale a bollare una situazione come imbarazzante, capace di generare disagio anche solo guardandola. “Grincia”, termine più nostrano, indica invece chi è sempre scontroso, polemico, lamentoso: una parola breve, immediata, che racchiude un intero giudizio.

Social, relazioni e vita quotidiana

Molti vocaboli raccontano le nuove dinamiche relazionali. “Ghostare” significa sparire senza spiegazioni da una conversazione o da un rapporto; “friendzonare” relegare qualcuno a semplice amico; “situationship” definisce quelle relazioni ambigue che non sono né amicizia né amore.
Poi ci sono le “red flag”, i segnali d’allarme, e le “green flag”, gli indizi rassicuranti: un lessico che traduce in parole rapide concetti complessi, spesso legati all’esperienza emotiva.

Dal gaming alla realtà

Un’altra fonte decisiva è il mondo dei videogiochi. Chiamare qualcuno “NPC” (personaggio non giocante) significa accusarlo di essere prevedibile, privo di spirito critico. “Tryhard” indica chi si impegna troppo anche quando non serve, mentre “nerfare” o “buffare” – indebolire o potenziare – sono verbi ormai usati anche nella vita quotidiana. E se un contenuto sui social riceve più critiche che consensi, viene “ratioato”. Se invece provoca un consumo passivo e ripetitivo, è “brainrot”: un termine ironico ma rivelatore di una consapevolezza diffusa sui rischi dell’iperconnessione.

Perché agli adulti sembra incomprensibile

Questo linguaggio cambia rapidamente, vive di contesto, di allusioni, di ironia. Non nasce per essere spiegato, ma per funzionare all’interno di una comunità. Per questo agli adulti può apparire superficiale o povero. In realtà, non sostituisce l’italiano standard: gli si affianca, svolgendo una funzione identitaria e relazionale. Comprendere lo slang giovanile non significa imitarlo né legittimarlo in ogni contesto, ma riconoscere il codice comunicativo attraverso cui i giovani costruiscono senso, appartenenza e distanza dal mondo adulto.

Una lingua che parla del presente

Ogni generazione ha avuto il suo linguaggio “incomprensibile”. Quello di oggi è semplicemente più visibile, perché passa dai social ed è amplificato dalla rete. Dietro parole come “boomer” o “slay” non c’è un impoverimento, ma una diversa modalità di stare nel mondo: veloce, ironica, spesso difensiva.

Capire queste parole significa, in fondo, capire chi le usa. E forse scoprire che, al di là delle etichette, il dialogo tra generazioni è ancora possibile. Basta imparare a decifrarne i codici.

Francesco Pintaldi

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