Durante la sua visita a Palermo nel periodo natalizio
Nel mondo della musica contemporanea, il rap non è soltanto un genere: è una lingua, un grido, una forma di resistenza e di identità. In Italia, dove l’hip hop ha faticato a conquistare uno spazio autentico fuori dai circuiti commerciali, ci sono artisti che hanno scelto di restare fedeli alla radice profonda di questa cultura. Giovanni Corrao, in arte Original Play G, è uno di loro.
Nato a Palermo e cresciuto a Como, Giovanni ha saputo fondere influenze internazionali – in particolare quelle della West Coast americana degli anni ’90 – con una visione musicale personale, coerente, libera. Dai suoi primi passi con i gruppi underground alle collaborazioni con leggende del rap americano, fino al ritorno in lingua italiana con brani più intimi e melodici, Original Play G è un artista che ha attraversato due decenni di musica rap, senza mai smettere di credere nel valore della parola, del ritmo, della verità.
In questa intervista, realizzata durante la sua visita natalizia a Palermo, Giovanni racconta la sua storia con onestà e lucidità. Parla delle difficoltà di emergere come artista indipendente, della crisi creativa del rap contemporaneo, ma anche del potere straordinario che ha la musica quando nasce da dentro.
È un dialogo che non riguarda solo la sua carriera, ma una visione del rap come strumento di espressione, di denuncia, di rinascita. Un’occasione rara per ascoltare la voce di chi ha fatto del rap una scelta di vita.
Conosco Giovanni Corrao da sempre. Vederlo oggi nei panni di Original Ply G, artista rap indipendente con un’identità musicale solida e una voce autentica, è per me motivo di orgoglio e di riflessione. La nostra amicizia è nata a Como, ma ha attraversato il tempo accompagnata dalla sua crescita personale e artistica. In questa intervista, realizzata durante la sua visita natalizia nella nostra città, Giovanni racconta con sincerità il suo percorso, le sue sfide e il suo sguardo critico sulla scena musicale attuale.
È un dialogo intenso e mai banale, che ci porta dentro l’universo creativo di un artista che, lontano dai circuiti commerciali, continua a credere nel potere della musica come linguaggio autentico e strumento di cambiamento.
Chi è Original Play G – Giovanni Corrao
Giovanni Corrao, in arte Original Play G, è un rapper italiano nato a Palermo e cresciuto a Como, dove ha mosso i primi passi nel mondo dell’hip hop. Sin dall’adolescenza si è avvicinato alla musica, fondando il suo primo gruppo a 17 anni, “Colloidail Style”, e lavorando come speaker radiofonico. A 20 anni forma il gruppo “Players”, con cui si esibisce anche alle Mauritius. Il trampolino di lancio arriva con MySpace, dove raggiunge oltre 1 milione di visualizzazioni, attirando collaborazioni internazionali con artisti come Daz Dillinger, Foesum, Berner e Ryan Bowser.
Nel 2008 firma con l’etichetta americana Block Stars Music e pubblica l’EP “The Hitalian Job”. Negli anni successivi escono singoli come “Not Again”, “G Funk” e “V.I.P.”, che lo affermano nella scena underground globale. Dal 2018 torna con brani più orientati al mercato italiano, come “Mr DJ”, “Sul Tempo”, “Così così” e “Proprio così”, mescolando rap e melodia. Nel 2025 lancia il singolo “Hustla”, simbolo del suo messaggio motivazionale e di resilienza.
Lo stile musicale di Original Play G affonda le radici nel rap West Coast anni ’90, con influenze G-Funk e testi che spaziano dal sociale al personale. Canta in inglese e italiano, con un flow riconoscibile e adattabile. La sua musica, spesso indipendente, si distingue per autenticità e messaggi positivi, rivolti ai giovani e agli appassionati del rap vero. Ancora oggi, Giovanni continua a produrre e ispirare con la sua voce originale e il suo impegno artistico.
L’intervista
D. Quali sono state le principali influenze musicali che hanno contribuito alla tua formazione come artista rap?
R. Le mie radici musicali affondano profondamente nella scena rap americana degli anni ’90, in particolare in quella della West Coast. È stato un periodo d’oro, un’epoca in cui il rap era ancora legato a una forte identità culturale e sociale. Artisti come Tupac, Snoop Dogg e Dr. Dre non erano solo musicisti, erano voci di strada, simboli di riscatto e di verità. La loro musica era cruda, autentica, senza filtri e mi ha insegnato che il rap può essere molto più di un ritmo accattivante: può essere uno strumento per raccontare il mondo. Oggi, purtroppo, vedo una perdita di profondità e autenticità. Molte produzioni sembrano fatte in serie, pensate più per vendere che per trasmettere. La musica attuale ha più volume, ma meno anima. E lo dico non per nostalgia, ma perché mi manca quella ricerca del dettaglio, dell’arrangiamento ben fatto, della parola che colpisce. Quel tipo di rap aveva una struttura, un pensiero dietro. Era un linguaggio complesso e io ne sono stato profondamente influenzato.
D. Puoi raccontarci come è nato il tuo ultimo brano e quale messaggio desideri trasmettere attraverso di esso?
R. Il mio ultimo brano si intitola HUSTLA. In realtà è un pezzo che ho scritto quasi dieci anni fa e che non avevo mai pubblicato. A volte capita che un brano nasca e venga messo da parte perché non è il momento giusto per farlo uscire. Poi lo riscopri, lo ascolti con orecchie nuove, e ti accorgi che ha qualcosa da dire, oggi più di ieri. Così ho deciso di riprenderlo in mano, fare un nuovo master, sistemarlo nei dettagli e dargli finalmente voce. HUSTLA è un brano che parla di lotta e di dignità. Racconta quanto sia importante restare fedeli a se stessi, anche quando tutto sembra andare contro. È un invito ai giovani a scegliere la strada dell’impegno, dello studio, della creazione. La musica può essere un’alternativa alla rabbia, al degrado, alla noia che spesso spinge a fare scelte sbagliate. È un pezzo personale, ma anche collettivo: ognuno può trovarci dentro qualcosa di suo. Il titolo prende spunto da un termine del gergo di strada americano, che ha tanti significati. Ma preferisco lasciare libera interpretazione a chi ascolta. Le canzoni devono anche essere un viaggio individuale.
D. In che modo le tue esperienze personali hanno influenzato i temi e le storie presenti nelle tue canzoni?
R. Molte delle mie canzoni non nascono da esperienze che ho vissuto in prima persona, ma da quello che osservo attorno a me. Ascolto gli amici, sento le loro storie, e se qualcosa mi colpisce, me la porto dentro e la trasformo in musica. Credo che scrivere significhi anche entrare nei panni degli altri, dare voce a chi non ce l’ha. Certo, ci sono anche pezzi autobiografici, momenti in cui sento il bisogno di raccontare qualcosa di mio. Ma la maggior parte delle volte prendo ispirazione dalla vita, dalle persone che incontro, dai quartieri che attraverso. La musica diventa un contenitore di emozioni collettive. Un po’ come scrivere un romanzo: ci sono momenti in cui hai l’ispirazione e tutto scorre, altri in cui resti bloccato. Ma quando la creatività si accende, tutto prende forma quasi da sé.
D. Come descriveresti il tuo processo creativo quando componi nuova musica?
R. Il mio processo creativo è molto istintivo, non seguo uno schema rigido. Di solito tutto parte da un’idea, un pensiero che mi gira in testa, oppure da una melodia o un beat che mi ispira. Spesso inizio dal ritornello, che è il cuore della canzone, la parte che deve colpire subito. Se funziona, allora costruisco attorno le strofe. Scrivere richiede tempo, pazienza e anche una certa disciplina. A volte un testo nasce in un’ora, altre volte ci lavoro per giorni. Rivedo, correggo, riscrivo. Lavoro con mezzi semplici, ma ci tengo che la qualità sia alta. Per me la musica deve essere curata, non improvvisata. Ogni parola deve avere il suo peso, ogni suono deve contribuire all’atmosfera del pezzo. E anche se il processo è faticoso, è proprio questo che mi dà soddisfazione.
D. Quali sfide hai affrontato nel corso della tua carriera musicale e come le hai superate?
R. La sfida più grande, per un artista indipendente, è farsi ascoltare. Viviamo in un’epoca in cui la musica è diventata un prodotto come un altro, da vendere e consumare in fretta. Le grandi etichette puntano su ciò che può portare guadagno immediato, spesso a scapito della qualità. Io ho sempre cercato di restare fedele al mio percorso, anche se questo ha significato procedere più lentamente, affrontare più ostacoli. Ho capito che non basta fare buona musica: devi anche saperla promuovere, devi capire le logiche del mercato. È un lavoro dentro il lavoro. Nonostante tutto, ho continuato a scrivere, produrre, cantare. A volte il successo non arriva subito, ma la coerenza con se stessi è già una vittoria. E quando qualcuno mi scrive dicendomi che una mia canzone gli ha dato forza, allora capisco che ne è valsa la pena.
D. In che modo il contesto culturale e sociale della città in cui vivi e della tua città natale hanno influenzato il tuo stile musicale?
R. Le città che mi hanno formato – Como, dove vivo, e Palermo, dove affondano le mie radici – sono due mondi diversi ma entrambi fondamentali per me. Palermo mi dà calore, luce, energia. Quando torno qui, respiro ispirazione: il mare, il sole, la gente, i colori. C’è una vitalità che ti entra dentro e ti spinge a creare. Como è più riflessiva, silenziosa, ma anche lì ci sono storie che meritano di essere raccontate. Il contrasto tra queste due realtà ha nutrito il mio stile, rendendolo più sfaccettato. Ogni luogo in cui vivo o viaggio lascia un’impronta nei miei testi. Anche la pioggia, l’inverno, la solitudine possono trasformarsi in parole e note.
D. Qual è la tua opinione sull’attuale scena rap italiana e come pensi di distinguerti all’interno di essa?
R. Sinceramente penso che il livello medio del rap italiano sia piuttosto basso, almeno a livello mainstream. Ci sono bravi artisti, certo, ma la maggior parte dei prodotti che escono dalle grandi etichette sono costruiti a tavolino, pensati solo per il consumo veloce. Io cerco di distinguermi con la qualità, con la scrittura. Non inseguo le mode, preferisco restare fedele a un’estetica musicale che racconta, che ha contenuti, che ha radici. Non è una strada facile, ma è la mia. E credo che chi ha orecchio, chi ha sensibilità, riesca a cogliere la differenza.
D. Ci sono collaborazioni con altri artisti che sogni di realizzare in futuro? Se sì, con chi e perché?
R. Mi piacerebbe collaborare con artisti americani che hanno rappresentato un punto di riferimento per me. Alcuni purtroppo non ci sono più: Michael Jackson, Prince, Tupac, Dr. Dre erano veri musicisti, artisti completi. Anche se non facevano rap, erano maestri nella loro arte e ascoltarli mi ha insegnato tanto.
Oggi trovare artisti con quella visione è raro. Però sono sempre aperto alle collaborazioni, purché ci sia sintonia artistica e umana. Non mi interessa collaborare solo per strategia. Voglio costruire qualcosa di vero.
D. Come vedi l’evoluzione del rap nei prossimi anni e quale ruolo pensi possa avere la tua musica in questo contesto?
R. Credo che il rap, dopo l’ubriacatura della trap e delle produzioni ultra commerciali, stia lentamente tornando alle origini. Vedo un interesse crescente per il suono degli anni ’90, per le liriche profonde, per i beat old school. Penso che ci sarà una nuova fase di contaminazione, in cui il vecchio e il nuovo si incontreranno. E lì vedo il mio spazio: portare avanti una musica che ha radici forti, ma che sa parlare al presente. La mia musica vuole essere un ponte tra memoria e futuro.
D. Quali consigli daresti ai giovani che desiderano intraprendere una carriera nel mondo del rap?
R. Il primo consiglio è: non mollate mai. Inseguite la vostra voce, anche quando sembra che nessuno vi ascolti. La musica non è solo un modo per emergere, è una forma di espressione, una terapia, un atto d’amore verso se stessi. Certo, servono dedizione, studio, costanza. Non basta scrivere quattro rime e metterle su un beat. Ma se ci credi davvero, se hai qualcosa da dire, prima o poi qualcuno ti sentirà. E quel momento, credetemi, vale tutto il resto.
Lascia un commento