Di sana pianta: ricominciare da una relazione

Crescere insieme: quando l’accoglienza diventa famiglia

Ci sono storie che non nascono da un’idea astratta di solidarietà, ma da un incontro concreto, da uno sguardo che chiede fiducia, da una presenza che decide di restare. Questa intervista racconta il percorso umano e civile di una donna che ha scelto di stare accanto ai minori stranieri non accompagnati, accompagnandoli nei passaggi più delicati della loro crescita: l’arrivo in un Paese sconosciuto, l’ingresso nella scuola, il confronto con nuove regole, il lento cammino verso l’autonomia.

Attraverso l’esperienza del tutorato volontario e l’impegno alla guida dell’associazione Di Sana Pianta, dall’intervista a Valeria Antinoro, Presidente dell’Associazione di sana Pianta, emerge una visione dell’accoglienza fondata sulla relazione, sull’ascolto e sulla responsabilità quotidiana. Non assistenza, ma legami; non numeri, ma persone. Le parole che seguono restituiscono storie di fragilità e di rinascita, di separazioni dolorose e di conquiste silenziose, offrendo alla città una riflessione profonda su cosa significhi davvero difendere l’infanzia.

Chi è Valeria Antinoro

Valeria Antinoro è Presidente dell’associazione Di Sana Pianta, realtà attiva a Palermo nel campo della tutela dei diritti dell’infanzia, dell’inclusione sociale e dell’accompagnamento dei minori stranieri non accompagnati, delle famiglie e delle persone in condizioni di fragilità.

Il suo impegno nel Terzo Settore nasce nel 2018, quando partecipa a un corso per tutori volontari promosso da Defence for Children in collaborazione con il Tribunale per i Minorenni di Palermo. Da quel momento, l’incontro diretto con i ragazzi affidati alla sua tutela diventa il centro di un percorso umano e civile fondato sulla presenza costante, sull’ascolto e sulla costruzione di legami di fiducia.

Nel suo ruolo di tutrice volontaria, Antinoro accompagna i minori nei passaggi più delicati del loro percorso: l’ingresso nel sistema scolastico, l’accesso alle cure sanitarie, l’orientamento nella città e nelle regole della vita quotidiana, fino ai primi passi verso l’autonomia. Un’esperienza che la mette quotidianamente a confronto con storie segnate da viaggi traumatici, separazioni e profonde ferite, ma anche da una straordinaria capacità di resilienza.

Da questa esperienza diretta nasce la scelta di assumere la presidenza di Di Sana Pianta, associazione fondata nel 2014, che sotto la sua guida rafforza una visione dell’accoglienza lontana dalla logica dell’assistenza e orientata invece alla relazione educativa, alla prossimità e alla corresponsabilità. L’associazione promuove progetti di tutoraggio, accoglienza abitativa, sostegno educativo e attività ludico-ricreative, con particolare attenzione alla povertà educativa e all’inclusione dei più piccoli.

Al centro del suo operato vi è la convinzione che ogni percorso di crescita debba partire dal riconoscimento della persona nella sua unicità: non numeri, ma storie; non emergenze, ma relazioni. Una visione che attraversa tutta l’intervista e che restituisce il senso più profondo del suo impegno: difendere l’infanzia significa garantire tempo, ascolto e possibilità, affinché nessun bambino sia costretto a diventare adulto troppo presto.

L’intervista a Valeria Antinoro

  • La mission dell’associazione parla di diritti dell’infanzia, prossimità, legalità, inclusione. Se dovessi raccontarla non con uno statuto ma con una storia, da dove inizieresti?

R. Il mio percorso è iniziato nel gennaio 2018, quando ho partecipato a un corso per tutori volontari organizzato da “Defence for Children”, finalizzato a offrire la propria disponibilità al Tribunale dei Minori di Palermo per la creazione di un elenco di tutori volontari di minori stranieri non accompagnati.

La prima tutela è arrivata dopo pochi mesi: un ragazzo di 16 anni arrivato dal Gambia dopo circa due anni di viaggio. Il primo incontro non è stato facile, anche per via della lingua e perché il ragazzo non comprendeva bene la mia figura; ma, piano piano, ha iniziato a fidarsi e a capire che in Italia io ero la sua famiglia, colei che poteva aiutarlo e sostenerlo, e così è stato.

Inizialmente abbiamo dovuto convincerlo, insieme al mediatore culturale, a sottoporsi agli accertamenti sanitari di routine e solo successivamente avrebbe potuto scegliere il percorso scolastico più adatto a lui.

È stata un’esperienza formativa e profonda: mi ha insegnato che accogliere significa anche saper attendere, perché chi arriva in un nuovo luogo ha bisogno di sentirsi protetto, di orientarsi e di trovare da sé il momento giusto per aprirsi.

Standogli accanto, quando potevo ma sicuramente nei fine settimana, non mancava mai il posto sia per lui sia per il nuovo arrivato, un altro bambino che nel frattempo mi era stato affidato (Adamò, di 7 anni). Avevo infatti accettato di avere più tutele contemporaneamente. Il sabato lo dedicavamo a girare per la città, visitando tanti luoghi storici, ma non mancavano spiegazioni semplici eppure importanti: sapersi orientare con il nome delle vie, sapere dove si comprano i biglietti per l’autobus, ecc.

Il pranzo della domenica, insieme alla mia famiglia, era un bel momento in cui tutti contribuivano a essere accoglienti e affettuosi. Da queste esperienze ho capito che ogni essere umano porta con sé una storia complessa e spesso dolorosa, che merita ascolto, delicatezza e pazienza.

Da lì è iniziato il mio lavoro con i ragazzi minorenni stranieri non accompagnati, un’esperienza profondamente arricchente e stimolante.

Ogni giorno mi confrontavo, e ancora oggi mi confronto, con culture diverse e nuovi modi di vedere la vita e il mondo. Ogni ragazzo o ragazza, anche il più giovane, ha un universo di avvenimenti da raccontare; alcune storie, purtroppo, lasciano segni visibili non solo nel cuore ma anche sulla pelle.

Ed è da questa esperienza che ho deciso di accettare la presidenza di un’associazione che già esisteva dal 2014 e che, per motivi personali, aveva visto dimettersi la precedente presidentessa. È un lavoro che richiede presenza, empatia e ascolto continuo, e che ogni giorno arricchisce sia sul piano professionale sia su quello umano.

C’è una frase di Hermann Hesse che porto con me e che, ogni giorno, ritrovo negli sguardi dei ragazzi che accompagno:


“Ogni essere umano non è solamente se stesso, ma è il punto in cui i fenomeni del mondo si incrociano.”

D. “Di Sana Pianta” è un nome che parla di radici e di futuro. Ricordi il momento esatto in cui hai sentito che questo sarebbe stato il nome giusto, quasi necessario, per raccontare ciò che stava nascendo?

R. In realtà il nome esisteva già, ma ho sentito subito che si adattava perfettamente alla nostra missione. “Di Sana Pianta” richiama l’idea di ricominciare da capo: per i ragazzi che accompagniamo tutto è nuovo, dalla lingua al modo di vivere nella nostra società, dalle istituzioni al sistema sanitario. È un mondo completamente diverso da quello da cui provengono e richiede di essere ricostruito passo dopo passo, dalle basi.

D. Hai ascoltato storie che arrivano da lontano, attraversate dal dolore e dallo spaesamento. C’è uno sguardo, una frase, un gesto che ancora oggi ti ritorna alla mente come una ferita lieve o una promessa mantenuta?

R. Sicuramente la storia del piccolo Adamò è quella che più mi ha lasciato il segno.

Quando mi hanno chiamata telefonicamente dalla comunità per avvertirmi che mi avevano assegnato la tutela di questo bambino di soli 7 anni, mi sono sentita confusa e ho pensato di rifiutare, perché avevo già compreso che sarebbe stato un grande impegno.

Infatti si è rivelato tale. Adamò era arrivato in Italia a soli 4 anni e adesso era da solo (forse la sua famiglia era morta durante il naufragio che la sua imbarcazione aveva subito). Aveva trascorso gli ultimi due anni cambiando diverse comunità (Salemi, Trapani e infine Palermo). Era molto vivace e le educatrici della comunità me ne parlarono subito come di un bambino “problematico”, da seguire presso la neuropsichiatria infantile, cosa che avevano già intrapreso.

Adamò aveva solo bisogno di affetto esclusivo e di un papà e di una mamma.

Da subito iniziai a prenderlo dalla comunità anche più volte durante la settimana e a fargli vivere una vera vita da bambino. Iniziammo con lo sport: lo iscrissi in piscina, dove lo accompagnavo tre volte a settimana. Pensai che, per il trauma che aveva subito, il nuoto sarebbe stato perfetto e così è stato.

Iniziai a sollecitare le assistenti sociali affinché si trovassero possibili coppie disponibili all’affidamento, ma senza risultati. Poi, quasi per miracolo, una coppia, amica di amici miei, venne da una piccola isola, Ustica, per conoscerlo ed eventualmente chiederne l’affidamento.

E così fu che, dopo circa sei mesi, durante i quali si erano conosciuti e incontrati più volte, Adamò fu affidato alla coppia pochi giorni prima di Pasqua. Per me fu un momento tristissimo: lo accompagnai all’aliscafo che lo avrebbe portato via da Palermo e da me, facendo finta di essere felice, ma dentro sentivo come se mi stessero strappando una parte di me.

Ma amare è anche questo. Le ultime parole che il piccolo Adamò mi disse prima di andare via sono frasi che non dimenticherò mai: «Io non ti dimenticherò mai. Sei stata la prima persona che mi ha voluto bene e mi ha fatto conoscere il parco giochi, lo zoo, la piscina e tante altre cose che non conoscevo. Ricordati, non ti dimenticherò mai».

E così è stato. Oggi Adamò ha 14 anni, è diventato un bel ragazzo, studia a Palermo e alloggia presso il Convitto Nazionale. A Ustica è un mito per tutti gli abitanti: i genitori, i parenti e la comunità lo hanno da subito voluto bene e accettato e i genitori lo adorano. Lui, insieme a me, ce l’ha fatta.

Una televisione francese ha anche realizzato un piccolo documentario sulla sua vita.

D. Accompagnare un giovane verso lo studio, il lavoro, una casa significa spesso camminare con lui fino al confine della paura. Qual è, secondo te, il passaggio più fragile di questo cammino?

R. La prima cosa per questi ragazzi, dopo un percorso di formazione, è trovare un lavoro stabile. Purtroppo non è sempre facile. La seconda cosa importante è trovare loro una stanza; la terza è accompagnarli a vivere in modo autonomo. Quando escono dalle comunità, raramente sanno cosa significhi vivere da soli.

D. Un bene sottratto alla mafia che diventa casa, giardino, rifugio. Che cosa accade, dentro quei muri, quando il passato lascia spazio a una possibilità di vita nuova?

R. Il progetto pensato da noi tutori, quando abbiamo chiesto l’assegnazione di un appartamento, lo abbiamo intitolato “La Casa che vorrei”. Avere finalmente una stanza singola, da arredare secondo il proprio gusto, rappresenta per loro la prima vera conquista.

La nostra presenza costante serve ad accompagnarli nell’avvio di una fase di autonomia che non è sempre facile. Le loro culture e le loro radici riaffiorano e, in questi momenti, interveniamo riportandoli alla consapevolezza che ora vivono in un’altra società. Il risparmio dell’energia elettrica e del gas, la raccolta differenziata, l’uso corretto dei detersivi, il tenere la casa in ordine e pulita sono tutti aspetti che richiedono ancora la nostra presenza e il nostro accompagnamento.

D. Nella tua associazione convivono bambini, ragazzi, donne e famiglie. Come si tiene insieme una comunità di fragilità diverse perché nessuna resti in ombra?

R. Se si comprendono i bisogni di ciascuno e si riesce a dedicarsi a ogni persona con modalità e azioni diverse, capaci di colmare le singole fragilità, possiamo affermare di stare facendo un buon lavoro di équipe.

Per quanto riguarda i bambini, con i quali ho una maggiore frequenza, la povertà educativa, la mancanza di sport e di attività ludico-ricreative rappresentano le principali aree di intervento. Sono attività che tutti noi proponiamo con continuità: spesso sconosciute ai loro genitori, ma molto apprezzate dai bambini.

D. Parlate spesso di legami autentici, non di assistenza. In un mondo che misura tutto in numeri e risultati, quanto è difficile – e necessario – difendere il tempo della relazione?

R. È una riflessione profonda e necessaria in una società dominata dall’efficienza e dai ritmi frenetici. Il rischio è quello di ridurre l’altro a qualcosa da gestire o a un numero da assistere, dimenticando che l’essere umano si realizza facendo riferimento a un’idea di felicità duratura, che può esistere solo attraverso il legame gratuito e la relazione autentica, senza contropartite.

L’essere umano si adatta alle scelte che trova davanti a sé e su di esse costruisce se stesso. Sostituire la logica dell’assistenza con quella del legame è una scelta consapevole.

Ecco perché abbiamo bisogno di operatori che sappiano assistere attraverso una forma di presenza costante.

D. La figura del tutore volontario chiede responsabilità, ma anche un grande atto di fiducia. Che cosa dici a chi sente il desiderio di esserci, ma teme di non essere abbastanza forte?

R. Diventare tutore volontario è una scelta che comporta una responsabilità, seppur limitata, perché il ragazzo continua a vivere all’interno della comunità. Il tutore può quindi decidere quanto tempo dedicare al tutelato. La sua presenza è necessaria soprattutto per alcune formalità burocratiche, come l’iscrizione a scuola, che può anche essere delegata a un operatore della comunità; non è invece delegabile ciò che riguarda il permesso di soggiorno.

Quando siamo diventati genitori, nessuno ci ha insegnato come o cosa fare. Allo stesso modo, anche nel ruolo di tutore molte cose vengono spontaneamente. E, se siamo capaci di amare il prossimo, tutto diventa sicuramente più semplice.

D. Ci sono momenti che segnano una svolta: il primo stipendio, una stanza finalmente propria, un contratto firmato. Quando un ragazzo diventa autonomo, che cosa resta, dentro di te, di quel legame costruito passo dopo passo?

R. Resta tanta soddisfazione e felicità. Per noi tutori è un grande orgoglio vedere i nostri ex tutelati trovare un buon lavoro e costruirsi una famiglia. Ne abbiamo sparsi in tutta Italia, ma l’affetto e i rapporti continuano sempre.

E soprattutto la nostra presenza non finisce mai: rimaniamo per loro un punto di riferimento in Italia.

D. Se potessi rivolgere una sola frase alla città, quale parola sceglieresti per raccontare che cosa significa davvero “difendere l’infanzia”?

R. Difendere il loro diritto a non essere “piccoli adulti”. Assicurare loro istruzione, salute e gioco, affinché non siano privilegi di alcuni, ma diritti fondamentali. Dare voce a chi non ce l’ha. Proteggere.

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